Ecco il nuovo episodio delle cronache di Milo Julini, che non parla della ben più nota “coca” di oggi. In questi racconti viene narrata la San Salvario del passato attraverso i suoi criminali, come… la Tigre di San Salvario!

La Còca di San Salvario

 

Prosegue la nostra ricognizione nella cronaca nera del Borgo San Salvario dell’Ottocento: facciamo conoscenza con la Còca o Cocca di San Salvario, che vi ha imperversato nel periodo natalizio dell’anno 1869.

Il termine Cocca è una orripilante versione italiana del termine gergale torinese Còca, che in origine indica una banda di giovani scatenati. Il vocabolo Còca è stato usato per la prima volta nel 1838, dalla polizia municipale di Torino, per indicare la Còca del Gambero.
L’etimologia non è mai stata chiarita.
Le Còche sono associazioni spontanee di scapestrati giovinastri, garzoni, apprendisti artigiani, accomunati dal quartiere o dal borgo di appartenenza, i quali, di sera e di notte, eseguono imprese teppistiche: insultano e aggrediscono i passanti in compagnia di donne, attaccano briga con militari e funzionari in divisa, portandosi via come trofeo berretti ed altri pezzi dell’uniforme.
Dal 1840 le autorità torinesi si sono attivate, preoccupate dal ripetersi delle azioni violente di questi giovani: vi sono stati provvedimenti da parte dello Stato, come il riformatorio della Generala, ed originali iniziative ecclesiastiche, come quelle del sacerdote Giovanni Bosco.
Da allora il termine Còca è rimasto nella parlata torinese con un significato piuttosto ampio che oscilla da quello di banda di giovani teppisti fino a quello di vera associazione di malfattori.
La prima impresa della Còca di San Salvario nota alla giustizia è una bravata, commessa nella sera del 21 dicembre 1869.
Due individui, in compagnia di una donna di malaffare, entrano nel Caffè Madrid, in Borgo San Salvario dove, fra risa e scherzi, si fanno servire alcuni bicchierini di liquore.
Pagano poi il conto ma non se ne vanno, rimangono finché si accorgono che il fattorino (così all’epoca si chiama il cameriere) si è addormentato nel retrobottega. Approfittando del fatto di essere soli nel Caffè, i due aprono con destrezza una bacheca, rubano alcune bottiglie di liquore e poi se ne vanno.
Dopo un quarto d’ora ritornano nel Caffè: il cameriere si è accorto del furto ed inizia a rimproverarli, vuole che restituiscano le bottiglie oppure che le paghino.
I due ladri, con atteggiamento borioso e insolente, fanno la voce grossa, invitano il cameriere a cambiare tono ed a chiedere scusa per quella che definiscono una calunnia, gli ingiungono di non insistere, perché altrimenti se la sarebbe vista brutta.
Il cameriere non si spaventa per questo minaccioso avvertimento e insiste nell’accusarli e nel chiedere di essere indennizzato. Così si solleva un battibecco molto animato.
A questo punto entrano nel Caffè due o tre altri individui che, con piglio autoritario, domandano il motivo del diverbio.
Questi nuovi arrivati hanno l’aspetto di guardie di pubblica sicurezza in borghese.
All’epoca, queste guardie operano spesso in borghese, anche forzando un po’ il regolamento che li vorrebbe preferibilmente in divisa e che non prevede un distintivo di riconoscimento.
Le presunte guardie ascoltano con sussiego le ragioni di una parte e dell’altra, poi sentenziano:
– «Va bene: aggiusteremo tutto: se costoro sono colpevoli, saranno puniti. Intanto voi due venite con noi».
Escono tutti, ad eccezione del cameriere che si aspetta di avere giustizia, mentre invece tutti i compari se ne vanno a godersi insieme il bottino.
Qualche momento dopo arrivano nel Caffè Madrid alcune guardie di pubblica sicurezza, questa volta in uniforme.
Il cameriere racconta a questi veri poliziotti il fatto che gli è capitato poco prima, questi intuiscono subito che i ladri e gli altri individui, che li hanno condotti via, erano tutti d’accordo, e si mettono alla ricerca dei colpevoli.
Scoprono che i due individui, in compagnia della donna di malaffare, che avevano rubato le bottiglie sono Sebastiano Grande, di vent’anni, fabbro-ferraio a Torino, e Grato Macchetti.
Sebastiano Grande e Grato Macchetti sono entrambi pessimi soggetti, ben noti alle forze dell’ordine per le loro cattive qualità morali.
Così il proprietario del Caffè Madrid, per timore di ritorsioni e vendette, decide di non presentare querela per il furto che ha subito.
Una bravata, dicevamo, ma in conseguenza a questa bravata, nell’arco di pochissimi giorni, viene commesso un altro reato ben più grave.
Quando tutti quegli individui sono usciti dal Caffè Madrid, si sono uniti ad altri degni compari, fra cui Lorenzo Mariano, detto Lene, e Giovanni Benesio.
Prima scolano insieme qualche bottiglia rubata, poi Sebastiano Grande incarica Giovanni Benesio di vendere le altre.
Giovanni Benesio, a quanto pare, effettua la vendita ma quando Sebastiano Grande gli chiede il denaro ricavato, nasce una accanita discussione che si conclude a coltellate.
Giovanni Benesio cadde ferito a morte sulla strada ma, malgrado la gravissima ferita, riesce ancora a trascinarsi all’osteria di Caterina Balocco, dove viene poi trovato da due carabinieri che lo portano all’ospedale.
Benesio non vuole collaborare con gli inquirenti, interrogato su chi lo abbia colpito, non vuole fare nessun nome: muore poco dopo, senza rivelare chi siano stati i suoi feritori.
La questura si attiva per la ricerca degli uccisori di Benesio e li identifica in Grato Macchetti, Sebastiano Grande e Lorenzo Mariano, detto Lene, che sono stati visti prendere parte alla rissa. Partono le ricerche per poterli arrestare.
Intanto un nuovo reato dà occasione di sorprenderli tutti insieme ed arrestarli, con altri loro compari.
Quattro giorni dopo i fatti narrati, cioè il 24 dicembre, verso le dieci del mattino, il cavalier Gallia, medico addetto all’Ospedale di Carità, rientrava con una carrozza pubblica dal Giulimosso.
Il Giulimosso è la attuale piazza Nizza, nome che assumerà ufficialmente dal febbraio 1876: oggi può sorprenderci che venga considerata dal cronista del 1870 come una zona tanto periferica e decentrata rispetto all’abitato torinese da scrivere: «tornava dal Giulimosso a Torino»!
Quando la carrozza sta per immettersi in via Saluzzo, il cavalier Gallia sente che alcuni giovinastri gli intimano ad alta voce di fermarsi mentre uno di questi teppisti, armato di coltello, apre con violenza lo sportello del veicolo e gli chiede i soldi, bestemmiando.
Il cavalier Gallia non si perde d’animo di fronte a questa ardita e violenta aggressione: respinge con coraggio l’aggressore e grida al cocchiere di sferzare il cavallo.
Il giovinastro cade a terra mentre il cavallo si mette a correre precipitosamente, così il cocchiere ed il cavalier Gallia si mettono in salvo.
Il cavalier Gallia è un tipo dinamico e risoluto: corre in via Nizza n. 15 dove ha sede la Sezione di polizia di Borgo Nuovo, competente anche per il Borgo San Salvario. Qui mobilita l’ispettore della Sezione e, col funzionario ed alcune guardie, ritorna sul luogo dell’aggressione alla ricerca dei rapinatori. Durante il percorso, le guardie, l’ispettore e lo stesso cavalier Gallia chiedono ai passanti se hanno visto una combriccola di giovinastri. Vengono così a sapere che una combriccola del genere si è recata nella osteria di Pietro Molino, in via Principe Tommaso.
Vanno in quella cantina e vi arrestano sette individui: due sono Sebastiano Grande e Grato Macchetti, già ricercati da alcuni giorni per l’uccisione di Giovanni Benesio.
Gli altri cinque sono Camillo Maggiorotti, Michele Nigra, Venanzio Binelli, Lorenzo Binelli e Giovanni Ricca. Tutti questi sette arrestati sono descritti, dalla polizia di Borgo Nuovo, come appartenenti alla peggior razza di malviventi, già ripetutamente condannati per furti e ferimenti, per ozio e per vagabondaggio: costituiscono un pericolo perenne per gli abitanti del Borgo San Salvario, che da costoro vedono continuamente compromessa la loro sicurezza.
Il giorno dopo, giorno di Natale, viene anche arrestato Lorenzo Mariano, detto Lene.
Inizia l’istruttoria e gli otto arrestati si dichiarano innocenti. Il Pubblico Ministero, barone Bichi, descrive nel suo atto di accusa le loro imprese come noi le abbiamo in precedenza riportate, li indica come appartenenti alla Còca di San Salvario e li accusa di furto, di omicidio e di rapina.
Il processo viene celebrato alla Corte di Assise di Torino nei primi giorni del luglio 1870.
Il cronista giudiziario Curzio lo descrive ai lettori della «Gazzetta Piemontese» nella Rivista dei Tribunali di sabato 9 luglio 1870.
Gli accusati, in istruttoria, hanno sempre negato di essere colpevoli ma, al dibattimento, qualcuno di loro cambia atteggiamento.
Sebastiano Grande ammette di avere dato un colpo di coltello a Benesio ma cerca di limitare la propria colpevolezza invocando molte attenuanti.
Michele Nigra accusa Lorenzo Binelli della aggressione e tentata rapina ai danni del cavalier Gallia.
Lorenzo Binelli si giustifica dichiarando che era ubriaco e che ora non sa più cosa abbia fatto.
Il barone Bichi, Pubblico Ministero, li ritiene tutti colpevoli e chiede la loro condanna.
Gli avvocati difensori, per contro, sostengono che i loro clienti sono innocenti colombe.
Sono una pattuglia di difensori piuttosto agguerriti, in particolare l’avvocato Villa che difende Sebastiano Grande.
I giurati emettono un verdetto di colpevolezza soltanto contro tre accusati: Sebastiano Grande, Lorenzo Binelli e Michele Nigra.
La Corte assolve così Camillo Maggiorotti, Venanzio Binelli, Giovanni Ricca, Grato Macchetti e Lorenzo Mariano.
Condanna gli altri tre alla pena della reclusione: Grande e Lorenzo Binelli per sette anni, Nigra per cinque anni.
La vicenda ha un piccolo seguito il giorno seguente, quando l’avvocato Alessandro Allis, difensore di Venanzio Binelli e Giovanni Ricca, chiede e ottiene dal direttore della «Gazzetta Piemontese» che sia inserita nel giornale una precisazione riguardante i suoi due clienti, che sono stati assolti: nella Rivista dei Tribunali del giorno precedente il cronista ha riportato il severo giudizio della polizia su Venanzio Binelli e Ricca ed al dibattimento tale giudizio è risultato erroneo ed ingiusto, visto che numerosi testimoni, fra i quali lo stesso cavalier Gallia, hanno dimostrato che i due sono buoni ed onesti operai.
Una precisazione un po’ imbarazzante per la polizia torinese del 1869?

di Milo Julini

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