Proseguono i racconti di Milo Julini sulla Torino ottocentesca e “noir”. Dopo “la ladra di orecchini”, è il turno della… “Tigre di San Salvario”! 

 

La “Tigre di San Salvario”

alias il “Terrore” criminale del borgo, anno 1871.

 

Gli annali criminali ottocenteschi del borgo San Salvario, alla data del 22 maggio 1871, annoverano la “Tigre di San Salvario”, soprannome attribuito ad un giovane malavitoso, Donato Virano, di ventotto anni, nato Montà d’Alba, fabbro ferraio: un criminale reale, non un bandito gentiluomo come quelli idealizzati dalla voce popolare che “rubano ai ricchi per dare ai poveri”.

Malvagio, litigioso e attaccabrighe, Donato Virano, pur di tirare avanti, è anche disposto a fare l’informatore delle forze dell’ordine.
La sera del lunedì 22 maggio 1871, la strada di Donato Virano si incrocia con quella di Giovanni Drovetti, un cuoco che lavora presso la Trattoria del baluardo a Torino, dove è molto apprezzato dai buongustai visto che i suoi manicaretti destano l’appetito anche agli inappetenti.
Verso le ore 11 della sera di quel 22 maggio, alla chiusura della trattoria, Drovetti decide di fare una passeggiata igienica, fumando un sigaro.
Appena uscito, incontra due suoi amici, Giovanni Balla e Giovanni Tamietti.
I tre scherzano sull’incontro di tre Giovanni, poi chiacchierando si avviano in direzione del borgo San Salvario.
Come quasi tutti i fumatori, Drovetti ogni tanto sputa per strada. Sputa anche sull’angolo delle vie Galliari e Madama Cristina, mentre passa di là una comitiva di tre giovani, appena usciti da una casa di tolleranza.
Dobbiamo a questo punto fare la conoscenza di questi tre giovani.
Stefano Malabaila e Giacomo Ruffinelli sono giovani per bene che però frequentano, senza buonsenso, persone di cattiva fama, come il terzo componente della comitiva, proprio quel bell’arnese prima descritto di Donato Virano, soprannominato la “Tigre”, ed anche il “Terrore”, di San Salvario.
Virano è già stato più volte arrestato perché sospetto di ferimenti, rapine ed omicidi; nel 1864 è stato condannato per porto d’arma insidiosa e ferimento; nel 1865 ha subito una condanna per ribellione alla forza armata; nel 1868 è stato di nuovo condannato per ribellione.
È già comparso davanti alla Corte d’Assise di Torino, accusato di omicidio, ma non è stato condannato perché il suo valente avvocato difensore, il commendator Buniva, è riuscito a strappare ai giurati un verdetto di assoluzione: “Quella assolutoria fu una disgrazia per la società”, afferma Curzio, il cronista giudiziario che ci racconta questa vicenda nella “Rivista dei Tribunali” della “Gazzetta Piemontese” del 16 novembre 1872.
Ritorniamo al cuoco Giovanni Drovetti, che ha appena sputato sull’angolo di via Galliari.
Virano lascia subito i suoi compagni e gli si avvicina chiedendogli, con fare aggressivo e provocatorio: – «Perché avete sputato?».
– «Oh bella! Perché non volevo tener saliva inutile in bocca».
– «Avete sputato per far uno sfregio a me».
– «Io non vi conosco, non vi ho mai veduto, non so chi siate, perciò non ho motivo di fare alcun sfregio a voi».
– «Sono la Tigre, avete capito?… Sono il terrore del borgo».
– «Se sei una tigre, stopla [finiscila]: non mi lascio intimorire».
– «Stopla tì [finiscila tu]», ribatte Virano e gli vibra sulla faccia un potentissimo schiaffo.
Drovetti a sua volta reagisce e, col bastone che tiene in mano, gli dà diversi colpi sulla testa, facendogli sanguinare la fronte.
Allora Virano estrae un lungo coltello, lo apre veloce e si mette vibrare colpi a Drovetti finché la lama si spezza ed una parte rimane nel corpo della vittima.

Drovetti è così trafitto da undici coltellate: una, al cuore, ne provoca la morte lungo la strada, mentre viene portato all’Ospedale di San Giovanni da una guardia municipale.
Alla vista di quel macello, gli amici di Drovetti, Balla e Tamietti, vanno a cercare le guardie di pubblica sicurezza, poi tornano alle loro case, pieni di spavento.
Così fanno anche Malabaila e Ruffinelli, gli accompagnatori di Virano.
Donato Virano, vedendo che il suo coltello è ormai inservibile, lo getta nel giardino di una casa, poi torna nella casa di tolleranza da cui era uscito poco prima. Là si lava, si fascia la testa ferita e chiede delle guardie di pubblica sicurezza ma, in quel momento, là non ce ne sono.
Allora Virano esce per cercarle ed incontra sotto i portici di San Salvario due carabinieri, Giovanni Bosco e Paolo Baldo, che lui già conosce e ai quali dice: – «Fortuna che v’incontro».
– «Che cosa avete?» gli domandano i carabinieri.
– «Fui aggredito, fui percosso, fui ferito, fui derubato dell’orologio e di quanti denari avevo in tasca».
– «Avete conosciuto i vostri aggressori?».
– «Sì, li ho conosciuti: sono i fratelli Franco, detti Gusmin».
– «Dove abitano?».
– «Nel borgo dei sagrin, in via San Secondo».
– «Cercheremo di loro, e li arresteremo».
– «Sì, arrestateli, è ormai tempo che si levino questi malfattori dalla società».
Frattanto si sparge la voce dell’uccisione del povero Drovetti, del ferimento di Virano e delle accuse che questi ha lanciato contro i fratelli Franco.
Accorrono subito sul luogo carabinieri, ispettori, guardie di pubblica sicurezza e guardie municipali.
La guardia di pubblica sicurezza Pellegrini, quando sente nominare Virano, dice subito: – «Lo si arresti pure senza scrupolo, se si trova: egli è certamente colpevole; è il più cattivo soggetto che si trovi sotto la cappa del cielo!».
Si viene a sapere che quella sera Malabaila e Ruffinelli erano insieme a Virano, le guardie di pubblica sicurezza si mettono a cercarli e li arrestano tutti tre nelle loro abitazioni, il 23 maggio 1871.
Intanto i carabinieri Baldo e Bosco vanno a cercare i fratelli Franco, che si chiamano Cosmo, Angelo, Giuseppe e Giovanni; li fanno alzare da letto e li portano tutti quattro in caserma.
Per fortuna, i fratelli Franco possono provare immediatamente la loro onestà e, nello stesso tempo, forniscono un convincente alibi.
Vengono perciò presto rimessi in libertà.
Gli altri tre vengono portati in carcere: Virano persiste ad accusare i fratelli Franco di averlo aggredito e sostiene che Malabaila è l’uccisore di Drovetti.
Malabaila e Ruffinelli raccontano il fatto con toni veritieri e affermano concordi che Virano è l’uccisore di Drovetti.
I testimoni Balla e Tamietti, gli accompagnatori di Drovetti, confermano le dichiarazioni di Ruffinelli e Malabaila: così i due sono posti in libertà e Virano viene mandato davanti alla Corte d’Assise, accusato di:
(1°) omicidio volontario di Drovetti;
(2°) calunnia, per aver accusato i fratelli Franco, che sapeva essere innocenti;
(3°) porto d’arma insidiosa.
Al processo, nel novembre 1872, Virano nega tutto: continua sfacciatamente ad accusare i fratelli Franco e Malabaila, mostrando un’eloquenza degna di un vero malfattore.
Il Presidente, barone Nasi, è costretto a rimproverarlo frequentemente per il suo “schifoso” contegno.
Il Pubblico Ministero, cavalier Bagiarini, chiede ai giurati un verdetto di colpevolezza, mentre il
difensore di Virano, commendator Buniva, con la sua eloquenza fa ogni sforzo per provare l’innocenza del suo cliente. Ma questa volta non è fortunato come lo è già stato in precedenza quando è riuscito a far assolvere Virano dall’accusa di omicidio.
Questa volta i giurati emettono un verdetto di colpevolezza, senza circostanze attenuanti: così Virano viene condannato alla pena dei lavori forzati a vita.
È sempre difficile commentare adeguatamente storie come questa.
Al tempo, negli operai avvinazzati è molto diffuso un comportamento aggressivo e litigioso che li porta troppo spesso ad usare il coltello. Questi scambi di coltellate, conseguenti a solenni e sistematiche ubriacature domenicali, rappresentano per Torino un gravissimo problema.
Se ne occupa negli stessi anni anche la filantropia laica, con la creazione della “Società contro il coltello” (4 agosto 1871) e con la commedia popolare moraleggiante “’L cotel” di Luigi Pietracqua (10 aprile 1871).
Ma la psicologia di Donato Virano, la “Tigre di San Salvario”, appare più assimilabile a quella del “criminale-nato” lombrosiano: Cesare Lombroso non aveva ancora formulato le sue teorie ma i giurati torinesi, con il loro verdetto, le avevano per così dire anticipate.

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